Turismo culturale e Public History

Public-History-unimore

Come ben sa chi mi segue da un po’, in questo blog racconto quel che faccio e quello che ho imparato  nel campo del turismo o, per essere più precisa, nel campo della valorizzazione e della comunicazione del territorio, dei luoghi. Racconto la mia esperienza di lavoro, raccolgo riflessioni, parlo di  aggiornamento professionale. Ogni esperienza di lavoro insegna qualcosa e a volte lascia la voglia di approfondire o indica nuove possibili strade…

Sto pensando al turismo culturale, a quel turismo che trova la sua motivazione nel desiderio di conoscere e comprendere la storia dei luoghi: come si sono evoluti, perché oggi sono quello che sono, quali vicende ne hanno determinato l’identità, cos’erano prima e cosa potranno essere, cosa racconta il loro patrimonio (che sia artistico o culturale in senso più ampio).

Si parla di heritage tourism, il turismo attento alle varie attività connesse alla storia culturale di un luogo: non solo turismo d’arte, ma anche di altre tipologie, ad esempio industriale o scolastico (per indicarne due varietà che appartengono alla mia esperienza). Ne ho parlato anche qualche tempo fa, in un altro post: Turismo industriale e del Made in Italy: una definizione, anzi tre.

L’Italia ha indubbiamente una capacità attrattiva legata alla cultura, per l’immenso patrimonio storico-artistico che la caratterizza. Ma si parla di cultura pensando anche al patrimonio gastronomico, artigianale, folkloristico ecc., il cosiddetto patrimonio immateriale. E negli ultimi anni, il consumo di cultura è diventato sempre più ricerca di esperienze, quindi non più solo visita a musei e monumenti, ma anche la partecipazione a eventi e la possibilità di entrare sempre di più nelle cose… sto pensando alla visita alle fabbriche, ai corsi di cucina, all’esperienza di fare quello che fanno le persone del luogo, ad esempio raccogliere la frutta, imparare a realizzare un oggetto artigianale e così via…

D’altra parte sono in evoluzione anche le possibilità di fruizione della storia di un luogo e/o dei luoghi che raccontano la storia e l’identità dei territori. Sempre più i musei offrono modalità esperienziali, a volte giocose, che tendono a coinvolgere e a calare il visitatore nella realtà che raccontano. Si parla allora di interazione, co-creazione… Ad esempio visitando lo “stabilimento” virtuale di Manodopera – la sezione multimediale del Museo della Ceramica di Fiorano Modenese – si può scegliere quale personaggio interpretare (l’apprendista, l’imprenditore, il sindacalista…) e farsi raccontare ogni volta una storia diversa. I personaggi che si incontrano lungo il percorso di visita, riconoscono il visit-attore e vi si adattano, svelando ogni volta un punto di vista diverso. L’impressione finale è quella di un grande racconto corale, a più voci, coinvolgente grazie all’uso delle tecnologie ma soprattutto grazie all’uso delle testimonianze, vive e palpitanti, delle persone che hanno davvero vissuto quella storia. Niente è inventato, infatti, ma tutto è al tempo stesso teso alla massima divulgazione e presa sul pubblico.

Non ho scelto a caso questo esempio. Lo conosco da vicino, perché è il frutto di una decina d’anni di lavoro, che ancora prosegue e che mi  coinvolge in prima persona. Non è però stata l’unica volta che mi è capitato di lavorare in modo simile. A dire il vero, anzi, tutta la mia vita professionale  è percorsa da questo fil rouge della divulgazione storica, del racconto, della storia raccontata dalle persone per il grande pubblico, adulto ma anche più giovane. L’ho fatto con pubblicazioni, siti web, video e, appunto, installazioni museali multimediali. Nella grandissima parte dei casi muovendomi sul confine tra divulgazione storica e promozione turistica.

Affascinante, vero? Io penso di sì e che non lo sia solo per me, a livello di professione intendo. La conferma è arrivata questa estate, quando mi è capitato tra le mani l’annuncio di un Master universitario, primo in Italia, in Public History, la “storia per il pubblico” come la definisce il professor Bertucelli. Dopo Parigi e Berlino, quindi, anche l’Università di Modena e Reggio Emilia si appresta a formare futuri Public Historian… Avrete forse già capito a questo punto che il mio CV alla voce formazione ha un nuovo capitolo! 🙂

Per saperne di più, vi lascio alle parole del Direttore del Master, intervistato da Note Modenesi: http://www.notemodenesi.it/2015/living-history-master-unimore/

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